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	<title>Storie di Successo Archivi - Il Sogno Americano</title>
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	<title>Storie di Successo Archivi - Il Sogno Americano</title>
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		<title>Tra progresso e tradizionalismo: gli USA a un bivio</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Dec 2023 11:32:37 +0000</pubDate>
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<p>“Il Covid e la guerra in Ucraina, questi due traumi in tre anni, cambieranno il mondo in modi che non possiamo ancora immaginare, toccheranno ogni aspetto della nostra vita: dai prodotti che consumiamo, al modo in cui lavoriamo, dai flussi commerciali globali ai rapporti tra le nazioni. E siamo ancora dentro al vortice di questo cambiamento epocale semplicemente perché le cose non torneranno come prima”. </p>



<p>Non ha nessun dubbio sui tempi che stiamo vivendo Alan Friedman, il giornalista e scrittore americano più popolare in Italia e che al nostro Paese ha dedicato il suo ultimo saggio, “Il prezzo del futuro. Perché l&#8217;Italia rischia di sprecare l&#8217;occasione del secolo” (La Nave di Teseo), in cui racconta i rischi che corriamo, tentati costantemente a lasciare le cose come stanno, se non imbocchiamo la strada giusta della crescita, soprattutto alla luce delle imponenti risorse del PNRR.</p>



<p><strong>Alan, parliamo dell’America: che bilancio fai di questo 2022 che ci siamo lasciati alle spalle?&nbsp;</strong></p>



<p>Il 2022 per gli Stati Uniti è stato un anno di svolta per Joe Biden che nelle elezioni di Midterm ha sconfitto Donald Trump e le forze di estrema destra, anche se centinaia di deputati del nuovo Congresso (che si insedierà a gennaio, ndr) continuano ad appoggiare l’ex presidente. Comunque è diventato chiaro alla maggioranza degli americani e ad una gran parte del Partito Repubblicano che Trump, con diversi rinvii a giudizio, non va bene per l’America. E poi Biden è riuscito anche a portare avanti una serie di iniziative importanti per combattere il problema più grande del pianeta, cioè il cambiamento climatico, facendo approvare un piano da 368 miliardi di dollari da destinare alla ricerca di energia rinnovabile.</p>



<p><strong>E per quanto riguarda l’economia?&nbsp;</strong></p>



<p>Dal punto di vista economico è stato un anno in cui l’inflazione è stata così alta che la Fed (la banca centrale americana, ndr) ha cominciato ad aumentare i tassi di interesse, cosa che potrebbe portare gli Stati Uniti ad una recessione mite. La gran parte degli americani, come pure degli europei, è scoraggiata ma dire che sono pessimisti non è vero, nel senso che recessione vuol dire due trimestri di contrazione del PIL e questo potrebbe accadere all’inizio del 2023, però il livello di disoccupazione in America rimane sotto il 4%, la domanda cresce e c’è tanta liquidità.</p>



<p><strong>E poi c’è la guerra in Ucraina con tutte le sue conseguenze….&nbsp;</strong></p>



<p>Il presidente Biden è riuscito a mettere insieme una coalizione con l’Europa contro l’aggressione di Putin, insomma l’America è tornata parzialmente ad imporsi come nazione leader, ha stanziato decine di miliardi di aiuti per l’Ucraina e questo impegno continuerà.</p>



<p><strong>E sul fronte dei rapporti con la Cina cosa prevedi?&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Il 2023 sarà un anno in cui il rapporto rimarrà più di concorrenza che di collaborazione. La Cina sta diventando la superpotenza economica del XXI secolo, fra dieci anni supererà il PIL degli USA, e quindi le relazioni sono difficili e complicate ma ci sono stati dei segnali positivi dopo l’incontro tra Biden e Xi Jinping al G20 di Bali a novembre scorso. Forse Biden ha capito che le critiche alla Cina non devono essere “gridate”, che non bisogna mandare tecnologia militare a Taiwan mentre c’è un fronte aperto con la Russia. Spesso in politica estera noi americani creiamo le nostre profezie, c’è il rischio che si autoavverino: più Biden attacca la Cina più il problema crescerà, più c’è la diplomazia silenziosa meglio andrà.</p>



<p><strong>Se l’America è autosufficiente dal punto di vista energetico, non è proprio così sotto altri aspetti…&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Gli Stati Uniti hanno speso 50 miliardi di dollari per realizzare impianti di semiconduttori e di chip in modo da affrancarsi dalla dipendenza di Cina e Taiwan (quest’ultima fornisce il 75% di circuiti integrati impiegati nella produzione di smartphone, tablet, elettrodomestici, autovetture, ecc..), incentivando un processo che andrà avanti per 10 anni. Il Covid e la guerra hanno mostrato le debolezze delle catene di fornitura mondiali ed è in corso un parziale processo di “reshoring” per riportare “a casa” certi prodotti e materiali strategici, ritornando così ad essere autonomi. Anche l’Europa dovrebbe farlo: ha annunciato che dal 2035 produrrà solo auto elettriche ma le batterie, le pile al litio che servono dovrà comprarle per il 99% dalla Cina.&nbsp;</p>



<p><strong>Come giudichi i rapporti tra Usa e Italia?</strong></p>



<p>I rapporti tra Roma e Washington rimarranno molto positivi. Cambiano i governi in Italia ma non cambia la storica amicizia, l’alleanza militare, economica commerciale ma soprattutto culturale. L’Italia è uno dei paesi europei più amati dagli americani ed è importante che il nuovo governo Meloni continui ad essere membro fedele e leale della Nato.</p>



<p><strong>Questo numero di Reputation Review è dedicato all’American Dream: esiste ancora il sogno americano?</strong></p>



<p>Il sogno americano è frantumato. L’America è un Paese dove ogni giorno c’è una sparatoria e cresce il numero delle stragi di massa, dove il Partito Democratico è diviso tra la sinistra estrema e i moderati e quello Repubblicano tra trumpisti e moderati, la società è spaccata tra odio e guerra culturale su temi come i rapporti tra bianchi e neri, tra eterosessuali e omossessuali, l’accoglienza ai migranti. C’è una fetta consistente della popolazione bianca, tra 10 e il 20%, impaurita dal fatto che presto la maggioranza degli americani sarà costituita da persone di colore o asiatici. È un dato demografico ma è anche la base del suprematismo bianco che per l’FBI rappresenta la minaccia più grande, quella del terrorismo domestico. L’America sta cercando di ridefinire il suo ruolo nel mondo multipolare e continua ad andare forte sotto il profilo economico ma dal punto di vista della società è un Paese meno civile e in cui il sogno americano sembra non esistere più, dove le aspettative per la prossima generazione non sono quelle di una vita migliore, come accadeva invece nel passato. Insomma, l’America è a un bivio: culturalmente e politicamente c’è una parte che vuol regredire e&nbsp;una parte che vuole andare avanti.</p>
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		<title>Parlare agli italiani degli italiani per capirli al meglio</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Dec 2023 11:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Novecento ha lasciato in eredità agli italiani un nuovo senso di appartenenza alla propria comunità d&#8217;origine. È successo così ai tanti italoamericani di prima generazione che, spostandosi Oltreoceano, non hanno mai smesso di ricercare il calore tipico della Penisola, con tutte le sue contraddizioni ed eccellenze che fanno dell&#8217;Italia un brand unico nel mondo. &#8230;</p>
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<p>Il Novecento ha lasciato in eredità agli italiani un nuovo senso di appartenenza alla propria comunità d&#8217;origine. È successo così ai tanti italoamericani di prima generazione che, spostandosi Oltreoceano, non hanno mai smesso di ricercare il calore tipico della Penisola, con tutte le sue contraddizioni ed eccellenze che fanno dell&#8217;Italia un brand unico nel mondo. La ricerca di sé stessi, però, ha bisogno di punti di riferimento nelle varie sfere d&#8217;influenza pubbliche e private, ed è fondamentale avere la possibilità di confrontarsi ogni giorno con un volto amico come quello di <strong>Monica Marangoni</strong>, giornalista <strong>Rai</strong> impegnata dal 2018 nella conduzione de <em>L&#8217;Italia con voi</em>; la trasmissione dedicata agli italiani nel mondo. Abbiamo scelto di raccogliere la sua testimonianza sul rapporto che le comunità di italiani all&#8217;estero hanno costruito con le altre popolazioni in questi secoli di grandi migrazioni, con particolare attenzione alla comunità italoamericana.</p>



<p><strong>Gli italiani all&#8217;estero ti vedono sempre più come un volto in grado di rappresentarli, ma come definisci il tuo rapporto con questa comunità?</strong></p>



<p>Dal 2018 ho avuto la grandissima fortuna di condurre il <em>daily time</em> per gli italiani all&#8217;estero, che va in onda dal lunedì al venerdì, e ciò ha portato a un rapporto intimo con tutti i telespettatori, che sono in oltre 20 milioni di case e che seguono <strong>Rai Italia</strong> e il mio programma perché hanno bisogno di mantenere un contatto con il loro Paese, con la loro cultura e con quello che succede in Italia al di là delle notizie del telegiornale. Il legame si è consolidato e il pubblico degli italiani all&#8217;estero è molto affettuoso e si fidelizza: mi scrivono tantissime persone per chiedermi dei consigli o se posso promuovere qualche iniziativa. Insomma, ho avuto una fortuna immensa a raccogliere questo tipo di pubblico che adesso è diventato una grande famiglia di cui mi sento parte e in cui ricopro il ruolo fondamentale di promotrice della nostra cultura a trecentosessanta gradi.</p>



<p><strong>La comunità italoamericana è da sempre bersaglio di stereotipi tendenzialmente negativi, eppure il rapporto di Iarl realizzato insieme a Zwan vede un aumento del capitale reputazionale degli italoamericani. Che ne pensi?</strong></p>



<p>È vero, e aggiungerei non solo della reputazione degli italiani all&#8217;estero, ma anche degli italiani che vivono in Italia. Ci tengo sempre a dire che non c&#8217;è un popolo italiano di serie A e di serie B, perché fino a qualche tempo fa purtroppo i nostri connazionali che vivono fuori dai confini si sentivano di serie B, venivano poco inseriti e considerati anche da noi italiani. Oggi, per fortuna, non è più così. Sicuramente, si segue ancora l&#8217;ideale di trovare una <em>terra promessa</em>, delle opportunità che soprattutto per i giovani in Italia sono poche e poco soddisfacenti per il percorso professionale, di studio e formazione che si intraprende. Sempre di più i ragazzi cercano almeno un&#8217;esperienza fuori, anche perché rimanere all&#8217;interno dei confini nazionali li rende meno competitivi, anche solamente per quanto riguarda la lingua. Magari, perché no, poi tornare a casa e riportare quell&#8217;esperienza da noi in Italia per far sì che il nostro Paese ritorni a rappresentare la <em>terra promessa</em> di altri, noi dobbiamo tornare a sentirci orgogliosi di essere italiani, dentro o fuori i confini nazionali.</p>



<p><strong>Quindi riconosci una crescita reputazionale non solamente della comunità italoamericana, ma della comunità italiana nel mondo. </strong></p>



<p>È soprattutto questo il punto. Il flusso oggi non deve essere unilaterale ma bilaterale: un vero e proprio scambio possibile anche grazie alle nuove tecnologie. In un mondo globalizzato dove ormai siamo tutti interconnessi, possiamo avere l&#8217;opportunità di scambiarci informazioni ed esperienze per migliorarci. Non deve esserci competizione “fuori e dentro” e mi auguro che questa comunità di italiani che vuole cercare nuove opportunità all’estero, possa comunque mantenere non solo un legame con l&#8217;Italia, ma rinforzare la nostra reputazione altrove.</p>



<p><strong>Prima che si realizzi questa sorta di “Italian dream”, però, bisogna vedere se esiste ancora un “American dream”. Che aria tira adesso a proposito di “sogni”?</strong></p>



<p>Io ho potuto toccare con mano anche personalmente con grande gioia il sogno, perché l&#8217;America effettivamente è un Paese in cui se vali vai avanti; c&#8217;è meritocrazia. Esiste un merito, mentre in Italia si fa molta fatica. Purtroppo lo sappiamo, soprattutto in certi ambienti: non sempre la bravura basta, anzi, a volte la bravura “fa paura”, tendono non tanto a scartarti quanto a insabbiarti. Negli Usa ho avuto delle opportunità che in Italia mai nessuno mi ha dato. Capisco che esista ancora questa voglia di ricercare il sogno negli States, perché lì è più semplice: si può.</p>



<p><strong>In USA la reputazione ha lo stesso peso che ha da noi? </strong></p>



<p>L&#8217;America è una società dell&#8217;apparenza ancor più dell&#8217;Italia e del resto del mondo, che adesso è tutto assuefatto dai social e dall&#8217;immagine. Nella società dell&#8217;apparenza la reputazione è tutto, e si rischia molto quando qualcosa viene diffuso dai media ma veicolato in maniera sbagliata, e questo forse è il lato più negativo che io ho sempre visto.</p>



<p><strong>E cos&#8217;è per te la reputazione?</strong></p>



<p>Se per reputazione si intende la verità di una persona, trovo che sia fondamentale nel lavoro come nella vita privata. Purtroppo, spesso non è così perché la reputazione viene rovinata anche da fake news ed episodi che dovrebbero rimanere privati e che, invece, poi vengono dati alla mercé di tutti con gravissime conseguenze. Solo noi possiamo sapere ciò che siamo e quanto valiamo, quindi mai lasciarsi definire dal giudizio altrui se questo è “la reputazione”. Se la reputazione effettivamente vuole definire l&#8217;essenza, l&#8217;anima di una persona, allora ritengo sia fondamentale. </p>



<p><strong>Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere una carriera in USA?</strong></p>



<p>Secondo me basta tanta voglia di farcela, determinazione e spirito di sacrificio. Se hai queste tre caratteristiche, in America ce la puoi fare.</p>
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		<title>L’arte di Giogio Pozzi: “Il bello salverà il mondo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Dec 2023 12:51:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>InsiderZ&#160;esplora il&#160;linguaggio universale dell’arte&#160;attraverso la voce di&#160;Giorgio Pozzi,&#160;CEO&#160;di&#160;Officina della Scala (ODS), organizzazione guidata da un gruppo di professionisti nel settore dell’architettura, dell’ingegneria e del design. Composto da artigiani e imprese di eccellenza, il network è all’opera da oltre 40 anni per promuovere la&#160;qualità espressiva, concettuale e materica, del Made in Italy nel mondo dell’arte. Siamo &#8230;</p>
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<p><strong>InsiderZ&nbsp;</strong>esplora il<strong>&nbsp;linguaggio universale dell’arte&nbsp;</strong>attraverso la voce di&nbsp;<strong>Giorgio Pozzi</strong>,<strong>&nbsp;CEO&nbsp;</strong>di&nbsp;<strong>Officina della Scala (ODS)</strong>, organizzazione guidata da un gruppo di professionisti nel settore dell’architettura, dell’ingegneria e del design. Composto da artigiani e imprese di eccellenza, il network è all’opera da oltre 40 anni per promuovere la&nbsp;<strong>qualità espressiva</strong>, concettuale e materica, del Made in Italy nel mondo dell’arte. Siamo nell’<strong>Istituto Italiano di Cultura</strong>&nbsp;di<strong>&nbsp;New York,&nbsp;</strong>luogo che ha ospitato “<strong>Golden Age”</strong>&nbsp;in occasione dell’<strong>Art Week NY</strong>. L’esposizione firmata Officina della Scala ha esibito oggetti di interior design, opere d’arte e pezzi di collezione, alcuni dal valore di oltre centinaia di migliaia di euro. Nella<strong>&nbsp;bellezza plastica</strong>&nbsp;di ogni complemento d’arredo by ODS riecheggia l’intero credo di Officina della Scala: incentivare a livello internazionare la&nbsp;<strong>migliore italianità&nbsp;</strong>dell’innovazione artistica.</p>



<p><strong>Come si è costruita una cosa del genere, quando un tuo pezzo arriva a costare centinaia di migliaia di euro e si rivolge a un target esigente?</strong><br><br>A<em>bbiamo sempre cercato di essere quello che siamo. Abbiamo sempre cercato di essere autentici e abbiamo sempre cercato di trovare cose che nella loro leggerezza esprimessero un’arte, un Made in Italy con una cultura profonda del nostro artigianato, del nostro saper fare, del nostro lavorare tutte le materie</em>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Qui gli italiani sono arrivati bistrattati, trattati male; anche, per certi versi, ripudiati. Si nascondeva essere italiani. Oggi, invece, c’è un grandissimo ritorno. Aumentano le richieste di passaporto italiano, di cercare le proprie origini italiane e aumenta anche la richiesta di Made in Italy: cos’è per te il Made in Italy</strong>?</p>



<p><em>Il Made in Italy è per me semplicemente un’espressione del saper fare qualcosa di bene e di bello ai massimi livelli. Io credo che il bello possa salvare il mondo.&nbsp;</em></p>



<p><strong>Il concetto del bello è interessantissimo anche perché dietro le opere di Officine della Scala ci sono anche artisti, magari disegni perduti e il coinvolgimento di grandi artigiani…</strong></p>



<p><em>Guarda, il mondo dell’arte è un mondo articolato e come tutti i mondi articolati è da una parte complicato e da una parte semplicissimo: è fatto di rapporti umani; è fatto di sentimento; è fatto di passioni; è fatto di saper dialogare con la stessa lingua, che non è né l’inglese, né l’italiano, né il giapponese, né il cinese. È una lingua dell’arte; una lingua del mondo: è una lingua diciamo del saper fare cose diverse.&nbsp;</em></p>



<p><strong>Cosa ti aspetti dal tuo sogno americano in questo momento della tua vita?</strong></p>



<p><em>Io mi aspetto che dei giovani si avvicinino sempre di più al bello, al mondo dell’arte; che trascurino i percorsi più facili per arricchirsi e vedano, invece, dei percorsi dati nel tempo. Nei percorsi che arricchiscano di più la mente; che arricchiscano di più il cuore; che arricchiscano di più la passione: perché questo è importante per il futuro del mondo.&nbsp;</em></p>



<p>Guarda l’intervista completa nella&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=NZ9whlG0QX0" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><mark>puntata di InsiderZ</mark></strong></a>&nbsp;per esplorare le principali sfide e difficoltà del&nbsp;<strong>sogno americano&nbsp;</strong>di&nbsp;<strong>Giorgio Pozzi&nbsp;</strong>oltre ai suoi&nbsp;<strong>preziosi consigli</strong>&nbsp;per realizzare l’American Dream.</p>



<p>L’intervista di Giorgio Pozzi è una&nbsp;<strong>testimonianza straordinaria</strong>&nbsp;della&nbsp;<strong>possibilità del sogno americano</strong>&nbsp;nel cuore degli USA. Costanza, determinazione e passione<strong>&nbsp;</strong>unite al lavoro costante sono la chiave per il&nbsp;<strong>successo&nbsp;</strong>negli Stati Uniti. Tra opportunità e competizione, la storia di Pozzi ha dimostrato che la&nbsp;<strong>perseveranza</strong>&nbsp;unita alla&nbsp;<strong>visione trasparente</strong>&nbsp;possono concretizzare qualsiasi aspirazione, ostacolo dopo ostacolo. Con la sua “Golden Age”, la firma di Giorgio Pozzi e di ODS nell’Istituto Italiano di Cultura a New York dimostrano che l’America offre il palcoscenico ideale per chi ha le idee chiare e ha il coraggio di perseguirle con grande impegno, perché dietro ogni successo si cela sempre uno sforzo appassionato e, soprattutto, un grande sacrificio.</p>



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		<item>
		<title>Antonio Minervini: “Anche gli artisti hanno un sogno americano”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Dec 2023 12:49:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Sono atterrato qui a New York per la prima volta come tutti, in modo turistico nel 2010. Me ne sono innamorato e ho iniziato a fare la spola; avanti e indietro, fino a che, nel&#160;2016, ho deciso che quello doveva essere&#160;il mio ultimo volo&#160;per arrivare a&#160;New York&#160;e far sì che il mio sogno nel cassetto &#8230;</p>
<p class="read-more"> <a class="" href="https://ilsognoamericano.net/2023/12/13/antonio-minervini-anche-gli-artisti-hanno-un-sogno-americano/"> <span class="screen-reader-text">Antonio Minervini: “Anche gli artisti hanno un sogno americano”</span> Leggi tutto »</a></p>
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<p>“<em>Sono atterrato qui a New York per la prima volta come tutti, in modo turistico nel 2010. Me ne sono innamorato e ho iniziato a fare la spola; avanti e indietro, fino a che, nel&nbsp;</em><em><strong>2016</strong></em><em>, ho deciso che quello doveva essere&nbsp;</em><em><strong>il mio ultimo volo&nbsp;</strong></em><em>per arrivare a&nbsp;</em><em><strong>New York&nbsp;</strong></em><em>e far sì che il mio sogno nel cassetto diventasse fatidico</em><em><strong>&nbsp;sogno americano</strong></em><em>&nbsp;e si trasformasse in realtà.”</em></p>



<p>La città dei rooftop custodisce anche l’<strong>American Dream&nbsp;</strong>di<strong>&nbsp;Antonio Minervini</strong>, in arte&nbsp;<strong>Tony TooSlick</strong>, il visionario dietro l’omonima organizzazione specializzata nel&nbsp;<strong>management artistico</strong>, nata con lo scopo di portare<strong>&nbsp;talenti</strong>&nbsp;<strong>italiani</strong>&nbsp;sullo sconfinato palcoscenico americano. Siamo tra i grattacieli di&nbsp;<strong>Manhattan</strong>, di fronte alla&nbsp;<strong>Carnegie Hall</strong>, luogo di spicco nella scena newyorkese. Alle porte del teatro più importante d’America, Antonio Minervini rivela la sua ultima grande impresa: portare&nbsp;<strong>il primo spettacolo italiano&nbsp;</strong>tra prestigio e scetticismo di Carnegie Hall, nella 7th Avenue.</p>



<p>Tony Minervini annuncia l’evento su&nbsp;<strong>InsiderZ</strong>&nbsp;nel quadro del suo più ambizioso&nbsp;<strong>ponte New York-Italia</strong>, progetto che mira a puntare i riflettori dell’American Dream anche nel settore dell’arte e dello spettacolo: “<em>Ho sempre lavorato in Italia nel mondo artistico, quindi sono sempre stato in quel mondo. Creare eventi ed&nbsp;<strong>essere parte del management artistico</strong>&nbsp;facendo quei tour è stato un&nbsp;<strong>grandissimo insegnamento e allenamento</strong>. Da lì ho deciso che era giunto il momento di creare il&nbsp;<strong>bridge tra Italia e New York&nbsp;</strong>per rispondere alle richieste di tutti quegli artisti che tanto amavano il fatto che io fossi qua e mi contattavano per poter realizzare i propri sogni in questa città.</em></p>



<p>Guarda l’<a href="https://www.youtube.com/watch?v=MALr0KBKeOM" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><u><strong>intera puntata di InsiderZ</strong></u></a>&nbsp;per scoprire&nbsp;<strong>la storia di Tony Minervini</strong>, la sua passione per il mondo dell’arte e la sua determinazione nel perseguire il sogno americano dei&nbsp;<strong>talenti artistici italiani</strong>.</p>



<p>L’ultima sfida alla Carnegie Hall è stata per Tony TooSlick la nuova conferma della necessità di un&nbsp;<strong>collegamento sicuro tra Italia e New Yor</strong>k. Nella terra delle opportunità, l’edificazione di un&nbsp;<strong>ponte culturale&nbsp;</strong>per la&nbsp;<strong>consacrazione dell’arte italiana oltreoceano</strong>&nbsp;è un’opera indispensabile per connettere i sogni degli italiani alle opportunità degli States. Affinché l’ambizione si realizzi, è tuttavia necessario<strong>&nbsp;saper comunicare il sogno americano</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>integrarlo alla</strong>&nbsp;<strong>mentalità americana</strong>: “<em>Stiamo parlando di due mentalità differenti. Non c’è assolutamente nulla da poter comparare tra Italia ed America. Quando venite qua dovete fare un reset alla vostra mente ed essere parte integrante dei newyorkesi. Più vi sentite parte integrante dei newyorkesi e più potrete arrivare a quel fatidico sogno americano.</em>”</p>



<p>New York rappresenta ancora oggi la comunità italiana più ricca degli Stati Uniti; metropoli dove il&nbsp;<strong>Made in Italy</strong>&nbsp;esiste in ogni ambito ed è presente anche a livello linguistico. Nella Grande Mela si contano almeno 200.000 italiani di lingua italiana; tra loro, molti sono atterrati a NY spinti dall’American Dream, ma il sogno americano non è il solo sogno degli imprenditori.</p>



<p><em><strong>“Tutti gli imprenditori hanno un sogno americano, ma anche gli artisti</strong>.</em>” – ha evidenziato Antonio Minervini mentre ricorda a InsiderZ la data del suo nuovo<strong>&nbsp;italian comedy show</strong>. L’evento comico italiano di livello internazionale avrà luogo nella maestosa sala della Carnegie Hall il&nbsp;<strong>9 ottobre</strong>, in pieno&nbsp;<strong>Columbus Day</strong>, e ospiterà star del calibro di&nbsp;<strong>Biagio Izzo, Paolo Ruffini, Max Angioni, Katia Follesa&nbsp;</strong>e<strong>&nbsp;Angelo Pisani.</strong><br><br>Per chi segue InsiderZ è previsto uno&nbsp;<strong>sconto del</strong>&nbsp;<strong>20%</strong>&nbsp;sul biglietto riscattabile sul sito&nbsp;<a href="https://www.madosofunny.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><u><strong>madosofunny.com</strong></u></a>&nbsp;con il&nbsp;<strong>codice sconto MSF43251</strong>.</p>



<p>Vuoi restare aggiornato su tutte le<strong>&nbsp;novità InsiderZ</strong>?&nbsp;<strong>Iscriviti alla</strong>&nbsp;<a href="https://davideippolito.substack.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><mark><strong>newsletter</strong>&nbsp;“<strong>Il Sogno Americano</strong>“</mark></a>&nbsp;di&nbsp;<strong>Davide Ippolito&nbsp;</strong>per continuare a inseguire l’American Dream tra interviste, approfondimenti e consigli per artisti, manager e imprenditori negli Stati Uniti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilsognoamericano.net/2023/12/13/antonio-minervini-anche-gli-artisti-hanno-un-sogno-americano/">Antonio Minervini: “Anche gli artisti hanno un sogno americano”</a> proviene da <a href="https://ilsognoamericano.net">Il Sogno Americano</a>.</p>
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		<title>Esportare un business oltreoceano? Ce lo spiega Home Italia</title>
		<link>https://ilsognoamericano.net/2023/12/12/esportare-un-business-oltreoceano-ce-lo-spiega-home-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 13:54:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di Successo]]></category>
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<p><strong>Home Italia </strong>è ormai sinonimo di <strong>Made in Italy</strong> per quel che riguarda il mercato estero: una realtà innovativa, nata dalla mente di <strong>Luca Valle</strong>, in grado di esaltare l’eccellenza dell’arredamento italiano nel mondo, riunendo architetti ed aziende italiane in una sorta di <strong>unico club esclusivo</strong>. Home Italia è infatti un <strong>general contractor</strong> del design italiano, e importante mediatore tra clienti e progettisti, che concentra i propri sforzi soprattutto all’estero. Per questa sua capacità di esportare e celebrare il Made in Italy, <strong>Luca Valle è stato premiato come migliore imprenditore italiano</strong> per due anni di fila e oggi è qui con noi per parlarci dell’importanza di affacciarsi su mercati esteri, dove l’artigianato italiano è sinonimo di qualità. </p>



<p><strong>Uscire fuori dai confini nazionali è diventato fondamentale per molte imprese: quando pensa sia necessaria questa “internazionalizzazione” e quali sono le difficoltà di un’operazione simile?</strong></p>



<p>Dipende sempre dal settore in cui si opera. Ma l’importanza dell’internazionalizzazione del prodotto Made in Italy è fondamentale per la crescita e lo sviluppo dell’azienda stessa. Per quello che concerne l’arredamento italiano, ed in particolare la nostra azienda, la conferma sta nell’87% del nostro fatturato che deriva dall’estero: America, Cina, Emirati Arabi e resto del mondo. Se l’azienda non ha una mentalità internazionale, orientata all’esportazione del prodotto, rimarrà sempre vincolata alle poche possibilità che offre il nostro Paese nella richiesta del made in Italy. Si può diventare un’azienda leader solo con una visione internazionale.</p>



<p><strong>Il “Made in Italy” è ormai una sorta di certificato di qualità ambìto da ogni cliente, eppure molte aziende italiane nutrono poca fiducia nelle proprie capacità di internazionalizzazione. Come si supera questa sfiducia?</strong></p>



<p>Chi ha sfiducia verso l’estero non potrà mai pensare in grande. È vero, bisogna stare sempre attenti ai mercati che si scelgono ed ai prodotti che si propongono: se si offre un buon prodotto ma nel mercato sbagliato, il riscontro può non essere soddisfacente. Ci deve essere attenzione da parte dell’imprenditore, ma non sfiducia. Ampliare il proprio business all’estero implica un’intermediazione con il cliente più complessa e processi di esportazione dei prodotti più lunghi, il che implica per l’azienda un investimento, ma come tutti sappiamo, per incrementare il proprio business, bisogna investire.</p>



<p><strong>Home Italia è ormai un leader per quanto riguarda l’export del Made in Italy. Quali consigli darebbe a chi volesse cercare fortuna nei mercati esteri? </strong></p>



<p>Fare un’attenta analisi di mercato per capire in quali Paesi è più opportuno posizionarsi con il proprio prodotto è essenziale. Fondamentale anche avere un <em>export manager</em> in grado di seguire la crescita internazionale della propria azienda, indirizzandola correttamente su un adeguata distribuzione e posizionamento. Tutto questo deve essere accompagnato dalla lungimiranza dell’imprenditore, nel vedere le opportunità e i vantaggi di ogni singolo mercato, sfruttandone le potenzialità a suo favore. Quello che personalmente ha aiutato tanto la mia azienda sono stati gli investimenti nel marketing su cui ho puntato fin dall’inizio per incrementare la nostra <em>brand awareness</em>. L’unico collegamento diretto che abbiamo con i clienti è l’immagine che trasmettiamo della nostra impresa; una volta consolidata, sarà il cliente stesso ad avvicinarsi, così sviluppare nuovi business all’ estero diventerà immediato e proficuo.</p>



<p><strong>In termini di mindset imprenditoriale, cosa potremmo imparare dagli americani e cosa gli americani potrebbero imparare da noi?</strong></p>



<p>Sono quattro anni che lavoro quotidianamente con grandi imprese statunitensi e clienti privati, quello che ho notato immediatamente è il loro approccio propositivo. Quando ho aperto il mio ufficio a Fort Lauderdale, in Florida, la mia impresa era una start up rispetto ai general contractor del mercato, eppure, ogni volta che uscivo da un meeting con clienti e imprese locali, tornavo in ufficio con un nuovo lavoro commissionato. Il cliente americano non è spaventato dalle nuove imprese, al contrario è invogliato ad investire in idee innovative.</p>



<p>In Italia, è consuetudine, prima di collaborare con un’impresa, studiarne la storia ma non le potenzialità. Per crescere bisogna investire ragionando solo ed esclusivamente sul servizio che viene offerto e non sul consolidamento temporale di un’impresa. Mi è capitato spesso di sedermi ad un tavolo con altri imprenditori e, prima ancora di sapere quali servizi fornisse la mia impresa, mi veniva domandato da quanti anni ero presente nel mercato, come se questo significasse per loro una garanzia sul mio prodotto. In Italia bisognerebbe iniziare ad avere una mentalità più aperta alle novità e alle start up, bisogna concentrarsi sulle potenzialità e non sugli anni di storia che una realtà ha alle spalle. </p>



<p><strong>Quali progetti attendono Home Italia?</strong></p>



<p>Sicuramente continuare ad incrementare la nostra presenza nel mercato internazionale, seguendo il segmento del general contractor, comunemente tradotto in “servizio chiavi in mano” progettando e arredando ville, ristoranti, hotel, uffici, yacht e negozi, fornendo ai nostri clienti un unico interlocutore che gli permetta di avere un servizio completo e pronto all’uso. Nel 2023 ho in progetto di fare un grande cambiamento per la mia società, aiutandola ancora di più a crescere. Ma per ogni cambiamento importante ci vuole sempre del tempo.</p>
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		<title>Fra Boulevard of broken dreams e fabbrica dei sogni: come se la passa il sogno americano?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 13:45:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di Successo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I sogni americani si sono sempre spaccati in due: da un lato il cinema western coi suoi spazi immensi, le cattedrali di roccia del Colorado e quelle di legno sulle montagne della California. Dall’altro lato il cinema noir, l’horror, i romanzi splendidi e pessimisti di Raymond Chandler e Cormack McCarthy. Da un lato le vittorie &#8230;</p>
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<p>I sogni americani si sono sempre spaccati in due: da un lato il cinema western coi suoi spazi immensi, le cattedrali di roccia del Colorado e quelle di legno sulle montagne della California. Dall’altro lato il cinema noir, l’horror, i romanzi splendidi e pessimisti di Raymond Chandler e Cormack McCarthy. Da un lato le vittorie di un impero democratico, dall’altro il funesto 11 settembre 2001 e l’assalto al Campidoglio. Negli ultimi anni il virtuale di Hollywood è andato verso l’hi-tech della Silicon valley, e ora in Texas e Florida. Al contrario la grande industria è emigrata e si è ridimensionata: addio alle acciaierie immense, alla General Motors e la Ford di Detroit. Il western si è trasferito nelle pianure urbane di L.A. Chicago o New York, mentre i neri, i portoricani o gli italiani diventavano eredi involontari di Toro Seduto e Nuvola Rossa.&nbsp;Per non parlare delle donne americane, veneri bionde come Marylin Monroe, rivoluzionarie <em>over the rainbow </em>e <em>al di sopra</em> della politica come Rosa Parks e Amelia Earhart, donne di scienza, e i milioni di donne la cui vita eroica quanto invisibile ha partorito non solo figli, ma anche una società migliore in tutto il mondo. Molta acqua è passata sotto i ponti del Mississippi da allora. Com’è l’America oggi? È il “Boulevard of broken dreams” oppure la “fabbrica dei sogni” è sempre all’opera, solo che tutto è cambiato?</p>



<p>Chiediamo come sta cambiando l’America a Lorenzo Montanari, contributore di Forbes, vicepresidente (International Affairs) di <strong>Americans for Tax Reform</strong>, direttore esecutivo di Property Rights Alliance e dell’International Property Rights Index, animatore in tutto il mondo di <em>think tank</em> e iniziative pro mercato e pro concorrenza.</p>



<p><strong>Negli States esiste sempre l’ascensore sociale, la possibilità di trasformare le idee in azioni?</strong><br>L’American dream esiste sempre, perché al centro della cultura degli Usa c’è l’individuo e la sua libertà di agire, con un’amministrazione federale che mantiene intatto il principio della <strong>sussidiarietà</strong>, purtroppo dimenticato in Europa. È la cultura del New England ammirata da Alexis de Tocqueville a permettere agli Usa di rigenerarsi continuamente. Altrove vedo molte società bloccate. </p>



<p><strong>Cosa cambia nella politica?</strong><br>Il trumpismo sta finendo, dopo aver fatto perdere molti voti ai repubblicani, anche per colpa delle restrizioni di alcuni governatori sull’aborto, un tema che ha spostato il 56% degli indipendenti e indecisi verso il voto ai dem. Alle elezioni di Mid Term, Trump ha perso per la seconda volta di fila, ciò viene letto all’interno dei repubblicani come una specie di referendum per Ron DeSantis. Il governatore della Florida è il vero vincitore delle elezioni, un Reagan 4.0. che nel suo Stato è passato da una maggioranza risicata al 59,4% dei voti. </p>



<p>Oggi i repubblicani preferiscono DeSantis col 23% di margine. Il New York Post lo ha definito: “<strong>The Future</strong>”. Ci sono già molti democratici disposti a votare per DeSantis, il quale è forte anche in aree come la <em>dade county</em> di Miami, dove il 75% dei residenti sono <em>latinos</em>. Il trend politico degli afroamericani, latinos e asiatici indica che questi segmenti della popolazione statunitense si stanno spostando verso i repubblicani.</p>



<p><strong>Quali sono le mutazioni nell’economia e nel mondo dell’impresa? <br></strong>Biden continua la politica protezionista trumpiana che danneggia l’economia e che incrina i rapporti con Paesi come la Corea del Sud. Nell’Indice internazionale sulle barriere economiche, gli USA sono alla 51ma posizione, mentre l’Italia è al 33mo posto. I sondaggi oggi sono contro la ricandidatura di Joe Biden nel 2024: per Usa Today e Suffolk University il 67% è contrario, secondo il poll di Fox News il 64%.</p>



<p>In realtà è Trump ad aver copiato le policy democratiche e dei grandi sindacati per vincere tra i lavoratori della <em>rust belt</em>. L’America comunque resta a rischio di stagnazione e recessione: Biden tiene ancora il timone perché l’economia si basa ancora sulla <em>tax reform</em> di Trump che ha drogato l’economia, tra l’altro quando era in ripresa. </p>



<p><strong>Cosa dire invece del <em>woke</em> -o politicamente corretto- che cancella i cartoni animati Disney e butta giù le statue di Colombo, che cambia le parole senza cambiare le cose?</strong><br>Il radicalismo cresce perché la sinistra dei Dem ha lasciato i lavoratori nelle mani della narrativa trumpiana e ha seguìto la <em>cancel culture</em> verso il <strong><em>woke capitalism</em></strong>, che utilizza parole d’ordine ecologiche e di tolleranza per fare un marketing efficace quanto ipocrita.<br>Oggi il più feroce oppositore del <em>woke</em> e della <em>cancel culture</em> è proprio DeSantis, e quando la Walt Disney si schierò contro DeSantis, il governatore eliminò i privilegi fiscali concessi alla multinazionale mandando in crisi la stessa company che da tempo ha effettuato censure e tagli ai suoi stessi cartoni. Il <em>woke</em> è la nuova classe operaia utilizzata per “rivoluzionare” società e famiglie e uno degli spartiacque culturali tra sinistra e destra americane.</p>
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		<title>Riportare un tocco di internazionalità in Italia</title>
		<link>https://ilsognoamericano.net/2023/12/12/riportare-un-tocco-di-internazionalita-in-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 13:26:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di Successo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giovane talento del mondo della recitazione, Lorenzo Viganò è uno di quegli italiani che non ha perso il vizio nostrano dell’esplorazione. La sua formazione, iniziata tra Italia e Spagna, lo ha portato a trasferirsi definitivamente a New York, dove continua a perfezionarsi ogni giorno nel mestiere dell’attore. Lo abbiamo intervistato per capire meglio l’approccio a &#8230;</p>
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<p>Giovane talento del mondo della recitazione, Lorenzo Viganò è uno di quegli italiani che non ha perso il vizio nostrano dell’esplorazione. La sua formazione, iniziata tra Italia e Spagna, lo ha portato a trasferirsi definitivamente a New York, dove continua a perfezionarsi ogni giorno nel mestiere dell’attore. Lo abbiamo intervistato per capire meglio l’approccio a insegnamento e lavoro oltreoceano, indagare l’evoluzione del sogno americano tra i più giovani e comprendere come l’industria italiana dell’intrattenimento possa arricchirsi grazie a chi, come lui, ha allargato i propri orizzonti.</p>



<p><strong>È in uscita il tuo film sulla vita di Ferruccio Lamborghini, produzione dal respiro internazionale con tanta Italia ma anche tanti States. Per te che ti sei formato fra Europa e America, quali sono le differenze fra i due continenti nell’ambito della tua professione?</strong></p>



<p>Molte: sono stato sei mesi a Londra, tre a Chicago e nove a New York e proprio lì tornerò a febbraio per proseguire il mio percorso. Ho iniziato la mia formazione in Spagna a Barcellona e, arrivato nella Grande Mela, ho subito riscontrato come, a differenza dell’Europa, negli USA non è la qualità dell’insegnamento a fare la differenza, il Centro Sperimentale di Roma è un’eccellenza, ad esempio. L’America offre una varietà di persone che puoi incontrare non paragonabile a Spagna o Italia. Alla fine il lavoro dell’attore è osservare ciò che lo circonda e trarne il più possibile e, in una scuola come la Strasberg, incontri gente da tutto il mondo.</p>



<p><strong>Da italiano negli Stati Uniti, hai notato la sussistenza di certi stereotipi che intaccano la reputazione degli italoamericani?</strong></p>



<p>Mai in modo offensivo, anche se molto dipende da chi incontri. Di solito, però, quando si parla con persone che provengono da un altro Paese ci si scherza su, magari “scambiandosi” la presa in giro, ma sempre su un piano di rispetto reciproco. Anche perché fin troppo spesso gli americani, cercando di riprodurre lo stereotipo italiano, finiscono per fare un’imitazione un po’ scadente. Non sanno nemmeno come gesticolare bene, pensano che ci muoviamo come dei pupazzi! Alla fine ti fai due risate e basta.</p>



<p><strong>Per te invece che valore ha la reputazione? Quanto incide in una carriera come quella dell’attore?</strong></p>



<p>Io sono ancora all’inizio della mia carriera quindi è un concetto su cui sto ancora lavorando. Ad esempio, ho sempre approcciato alla mia professione pensando di non voler diventare famoso, che però è un po’ un paradosso, dato che la carriera attoriale è strettamente collegata alla fama. Diciamo che, per lavorare in questo campo, devi farti conoscere e quindi tanto vale presentarsi al meglio.</p>



<p><strong>In questo numero di Reputation Review abbiamo deciso di concentrarci sul famoso <em>American Dream</em>. Esiste ancora secondo te?</strong></p>



<p>Bella domanda! [ride ndr] Secondo me è un sogno. Penso sia vero che molti che decidono di partire per l’America magari riescono anche a raggiungere gli obbiettivi che si erano prefissati, ma questo perché, come sappiamo tutti, gli Stati Uniti sono un Paese ricchissimo di opportunità (molto più che in Italia e Spagna). Quindi, da un punto di vista lavorativo, ci battono dieci a zero. Però, per il resto, su qualità della vita, cultura, architettura, moda, cucina, siamo noi che li “annientiamo”. E parlo non solo dell’Italia ma dell’Europa in generale che può anche vantare un’unione che in America non è facile rintracciare. Il sogno in poche parole si riduce alle sole opportunità di lavoro che sono imparagonabili, ma per il resto il Vecchio Continente è imbattibile.</p>



<p><strong>E per quanto riguarda il cinema italiano, c’è qualche possibilità che un giovane attore come te si senta attratto dalle produzioni nostrane?</strong></p>



<p>Certo! Io non vorrei mai limitarmi nel mio lavoro, parlo perfettamente tre lingue fra cui l’italiano e quindi cerco di tenere tutte le porte aperte. In Italia mi piacerebbe cimentarmi, è un bellissimo cinema quello che viene realizzato, completamente diverso da quello americano, ma mantine comunque intatto il suo fascino. Abbiamo fatto anche noi la storia della settima arte, sarebbe un piacere prendere parte al mondo del cinema italiano. </p>



<p><strong>Quali sarebbero le competenze che riporteresti in Italia dai tuoi lavori all’estero con le quali arricchire l’industria cinematografica?</strong></p>



<p>Sicuramente, come dicevo prima, il fatto di essere praticamente madrelingua in tre lingue (italiano, spagnolo e inglese) è un valore aggiunto perché cambia anche il modo che hai di relazionarti con le altre persone e modifica anche il pensiero. Alla fine non parliamo di una sostanziale differenza di formazione: una scuola di recitazione, purché valida, è sempre una scuola che ti insegna il mestiere dell’attore. Il mio sarebbe un vantaggio semplicemente tecnico che però forse in Italia potrebbe dare un <em>quid</em> in più.</p>



<p><strong>Quindi quali sono i tuoi progetti futuri?</strong></p>



<p>Per adesso ci prepariamo all’uscita del film in Italia che avverrà a gennaio del 2023, stiamo lavorando con la mia agenzia per valutare attentamente la prossima mossa. Insomma, nulla di ufficiale ma tanto lavoro.</p>
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		<title>Carlo Mantica: assicurarsi il mercato americano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 14:10:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di Successo]]></category>
		<category><![CDATA[assicurazioni]]></category>
		<category><![CDATA[aziende]]></category>
		<category><![CDATA[new york]]></category>
		<category><![CDATA[sognoamericano]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il&#160;sogno americano&#160;esiste ed è ancora realizzabile, ma come garantirsi un solido approdo nel vasto mercato degli Stati Uniti? Il segreto risiede nella sapiente&#160;gestione delle assicurazioni, un elemento cruciale, seppur spesso trascurato.&#160;Carlo Mantica, esperto financial advisor di numerosi brand italiani negli USA, ci svela i segreti direttamente dagli iconici uffici della&#160;Freedom Tower, la Torre della Libertà &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il&nbsp;<strong>sogno americano&nbsp;</strong>esiste ed è ancora realizzabile, ma come garantirsi un solido approdo nel vasto mercato degli Stati Uniti? Il segreto risiede nella sapiente<strong>&nbsp;gestione delle assicurazioni</strong>, un elemento cruciale, seppur spesso trascurato.<strong>&nbsp;Carlo Mantica</strong>, esperto financial advisor di numerosi brand italiani negli USA, ci svela i segreti direttamente dagli iconici uffici della<strong>&nbsp;Freedom Tower</strong>, la Torre della Libertà di New York.</p>



<p>“<em>Un datore di lavoro negli Stati Uniti, normalmente, offre dei benefici ai dipendenti che sono molto importanti e molto considerati dai dipendenti come un fattore determinante nella loro decisione di scelta di un luogo di lavoro.</em>“</p>



<p><strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=E7YxvNSYqvw" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Guarda l’intervista completa</a> per ascoltare i preziosi consigli di Carlo Mantica ed esplorare le strategie migliori per affrontare il mercato americano.</strong></p>



<p>“<em>Questi sono i miei uffici alla Freedom Tower –&nbsp;<strong>One World Trade Center</strong>&nbsp;<strong>–&nbsp;</strong>la Torre che rimpiazza un po’ le Torri Gemelle. Spesso mi dicono che è l’ufficio italiano più bello di New York e sono ben contento di portare amici e clienti in questo spazio bellissimo, dove è un piacere vedere&nbsp;<strong>la bellezza di New York dall’alto</strong>. Spesso mi trovo a collaborare con colleghi di risorse umane o imprenditori di aziende italiane che vogliono venire negli Stati Uniti o che sono già qua e io aiuto imprenditori e dirigenti a capire quali sono le differenze, quali piani offrire e come selezionare i vari fornitori di&nbsp;<strong>assicurazioni o di società di investimento.</strong></em>“</p>



<p><strong>La domanda che mi sorge spontanea, Carlo, è: quali sono, allora, gli errori più comuni che commettono gli imprenditori o gli individui italiani manager?</strong><br><br>L’errore più classico è quello di non considerare l’importanza di questi benefici per i dipendenti; quindi, nel loro piano di espansione o di entrata nel mercato americano, di assunzione di una forza loro locale: di non tenere presente il costo economico di questi benefici, che possono significativamente impattare quello che può essere il costo del personale. Spesso viene sottovalutato capire quali sono i benefici che sono appetibili per i dipendenti, però senza offrire cose che sono, veramente, al di là di quello che sono le aspettative dei dipendenti. Spesso mi capita di trovare delle aziende italiane qua che offrono dei benefici per dipendenti molto alti, forse fin troppo rispetto a quello che è il mercato, così come mi trovo anche con chi dice: “oddio non ho previsto questi costi””; ecco, quindi”. Ecco, quindi, è difficile calibrare una giusta via di mezzo perché è quello che poi è la necessità del mercato.</p>



<p><strong>Una sorta di reputazione e di competitività sul mercato</strong>…</p>



<p>Assolutamente.</p>



<p><strong>Ma la cosa che spesso si ignora, di tutela anche personale, cioè un imprenditore che viene qui e non ha una giusta copertura rischia anche di trovarsi in grossi guai…</strong></p>



<p>Una nota società che fa barche e viene negli Stati Uniti non offre alcuni dei benefici che sono normalmente legati a un’offerta di lavoro normale e poi, purtroppo, siamo un paese molto litigioso da quel punto di vista, dove ci sono un sacco di avvocati che vivono di queste cose, di trovarsi una causa dove va andare a spendere molti soldi a livello di tutela dei diritti del lavoratore, molto più di quanto avrebbe fatto se ci fosse stata una pianificazione adeguata.</p>



<p><strong>C’è un altro fattore che è molto interessante: qui ci troviamo a Wall Street, che è la capitale degli investimenti mondiali. Carlo tu, alla fine, nel portafoglio dei clienti una delle cose che fai è anche aiutare le persone a gestire i propri risparmi. Come funziona questo mondo di Wall Street?</strong>&nbsp;<strong>Che opportunità reali offre?</strong></p>



<p>È un settore dove gli italiani tradizionalmente sono abituati a mettere i loro investimenti in portafogli molto conservatori: comprare case, mettere i soldi sotto il materasso… Ecco, ovviamente negli Stati Uniti, come ormai anche in Italia, ci sono tante opzioni di investimento; quindi, a seconda dell’orizzonte temporale di investimento del profilo di rischio personale di uno o quali altri investimenti ha nella sua vita è giusto che consideri tante opzioni. Quindi, affidarsi a dei professionisti dell’investimento è senz’altro una strada giusta a livello di pianificazione finanziaria personale. Io dico sempre, come costruire la propria casa. Uso la metafora di costruire la vita finanziaria di una persona, di una famiglia è come costruire una casa. Quindi partire dalle fondamenta, che vuol dire costruire costruire delle soluzioni di protezione in caso di eventi catastrofici, dove ci sono strumenti legali come i testamenti, come l’assicurazione vita, come l’assicurazione per la disabilità, l’assicurazione per la malattia; e poi, una volta create queste fondamenta forti, costruire un piano di accumulo. Negli Stati Uniti bisogna risparmiare almeno il 10% di quello che uno guadagna nella propria vita per arrivare, quando uno avrà 60 anni, ad avere accumulato almeno 20 volte il proprio stipendio.</p>



<p><strong>Credi nel sogno americano? Iscriviti ora alla&nbsp;<a href="https://davideippolito.substack.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><mark>newsletter “Il Sogno Americano”</mark></a>&nbsp;di Davide Ippolito per esplorare le opportunità della&nbsp;<em>Land of Opportunities&nbsp;</em>tra interviste avvincenti, approfondimenti imperdibili e consigli d’oro per artisti, manager e imprenditori che ambiscono a raggiungere il proprio sogno negli Stati Uniti.</strong></p>
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		<title>Ristorazione negli Stati Uniti? Tutta n&#8217;ata storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 13:16:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di Successo]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[americandream]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco, lei vive da circa venti anni negli Stati Uniti, è partito da Napoli per coronare il suo sogno… nel suo caso si tratta di un sogno tipicamente americano, quello cinematografico. Come mai? Tutto è iniziato nel 2002 quando ho fatto un master di cinema in Italia, e alla fine del percorso formativo sono partito &#8230;</p>
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<p><strong>Francesco, lei vive da circa venti anni negli Stati Uniti, è partito da Napoli per coronare il suo sogno… nel suo caso si tratta di un sogno tipicamente americano, quello cinematografico. Come mai?</strong></p>



<p>Tutto è iniziato nel 2002 quando ho fatto un master di cinema in Italia, e alla fine del percorso formativo sono partito per gli Usa per andare a lavorare Lionsgate Films dove sono stato incaricato dal mio capo di valutare la libreria cinematografica. Dopo questa prima esperienza, molto affascinante, sono stato chiamato da Dino de Laurentiis per lavorare alla Universal.</p>



<p><strong>Diciamo che è riuscito a coronare un sogno che è nel cassetto di tante persone, lavorare negli Usa per fare cinema… e per giunta con un grande produttore cinematografico italiano. Poi come è proseguita la sua carriera?</strong></p>



<p>Dopo l’esperienza con Dino de Laurentiis ho deciso di cambiare settore. Sono stato chiamato dalla Barilla per occuparmi della Academia Barilla, azienda in cui ho lavorato per circa dieci anni occupandomi di importazione di prodotti gastronomici. Quell’esperienza mi ha dato la possibilità di interfacciarmi con i migliori chef stellati tra Los Angeles, San Francisco e Las Vegas e di approfondire il settore enogastronomico. In quel periodo, frequentando ristoranti, alberghi, mi sono appassionato per l’industria dell’hospitality americana.</p>



<p><strong>Ecco, come sono gli Stati Uniti sul fronte dell’ospitalità?</strong></p>



<p>In America c’è una dimensione molto più vasta rispetto all’Italia. Noi siamo abituati ad uscire nei paraggi delle nostre abitazioni e salutare amichevolmente i titolari delle attività che la circondano, mentre negli Usa apparentemente questo manca perché le distanze sono notevoli, le città sono strutturate diversamente dalle nostre, per cui all’inizio può sembrare spiazzante tutto questo, invece, questa esperienza professionale mi ha fatto capire molto riguardo l’ospitalità degli americani e la loro tendenza alla socialità.</p>



<p><strong>Quanto le ha dato l’America sul piano dell’affermazione professionale?</strong></p>



<p>L’America mi ha dato molto. Trasferirsi qui è stata una scelta di vita che ho sentito mia dal primo momento che si è prospettata l’opportunità. Nel 2008, sei anni dopo il mio arrivo, sono riuscito a comprare una casa, alcuni mesi prima del crollo del mercato immobiliare. Sono riuscito a tenerla nonostante a crisi e l’ho ristrutturata piano piano negli anni. Da lì è rinata la mia passione per l’architettura. Da quel momento in poi, tutto è stato più chiaro.</p>



<p><strong>Oggi hai due ristoranti negli Usa, che portano un brand storico, molto conosciuto nel mondo ma soprattutto a Napoli, la storica pizzeria “da Michele”. Come è arrivato a questo?</strong></p>



<p>Prima di dedicarmi alla ristorazione, per un periodo mi sono occupato di ristrutturazioni di case. Ho sempre avuto una grande passione per il design e le costruzioni in generale. Mi piace pensare che le persone possano passare momenti di gioia in posti che ho disegnato io. Alla fine di questa esperienza mi sono trovato davanti a un bivio, o tornavo in Italia per gli affetti, oppure aprivo un ristorante e stavo a contatto con il pubblico. Ho scelto la seconda opzione.</p>



<p><strong>Quali sono le differenze sostanziali tra l’Italia e gli Usa?</strong></p>



<p>L’America è sicuramente più meritocratica dell’Italia, in generale, il mercato del lavoro è più ampio e mobile. Comunque, molto dipende anche da noi stessi. La nostra determinazione, passione, ​impegno e curiosità per andare avanti e realizzare i nostri sogni, sono fattori fondamentali per il nostro cammino. Quest’anno abbiamo aperto il nostro secondo ristornate, con il ​brand “da Michele” nella città di Santa Barbara. E stiamo lavorando all’ apertura del nostro flagship a New York. Una sfida importantissima per la nostra compagnia e per la mia famiglia. Il lavoro e l’impegno sono stati enormi, e siamo fiduciosi e speranzosi in una accoglienza calorosa.</p>



<p><strong>Sulla base della sua vasta esperienza e della carriera fatta negli Usa, quali sono i suoi consigli per chi vuole coronare l’American dream?</strong></p>



<p>Tanta pazienza, sacrificio, determinazione e non abbattersi mai dinanzi alle difficoltà che si ​ presentano. Perché queste non finiscono mai, e crescono soltanto con il crescere degli obiettivi.</p>
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		<title>Miglioramento, determinazione, cuore: l’empowering</title>
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		<dc:creator><![CDATA[M4ster@SognoAmericano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 12:46:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie di Successo]]></category>
		<category><![CDATA[azienda]]></category>
		<category><![CDATA[business]]></category>
		<category><![CDATA[empowering]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[manager]]></category>
		<category><![CDATA[reputazione]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://ilsognoamericano.net/2023/12/11/miglioramento-determinazione-cuore-lempowering/">Miglioramento, determinazione, cuore: l’empowering</a> proviene da <a href="https://ilsognoamericano.net">Il Sogno Americano</a>.</p>
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<p>Non possiamo parlare di <em>American Dream</em> senza chiedere consiglio a uno degli <strong>expat manager</strong> italiani di maggior successo, <strong>Giuseppe Firenze</strong>, <em>Senior Vice President and Information Officer</em> di <strong>Eli Lilly and Company, </strong>società multinazionale tra le più importanti del settore farmaceutico ($ 28.5 Miliardi di fatturato e capitalizzazione di mercato pari a $ 341 Miliardi). Da molti anni a <strong>Indianapolis</strong>, dove lavora presso la sede globale della società alla quale è legato dai tempi della sua tesi di laurea in ingegneria meccanica, discussa all’Università di Genova nel ‘93, Giuseppe non solo vive il sogno, ma lo mette anche da tempo a disposizione di tanti giovani neolaureati con programmi aziendali di <em>mentorship</em> e <em>coaching</em>. </p>



<p>Partito da un background universitario tecnico, questo manager italiano ha allargato il suo orizzonte di competenze all’area vendite, al global marketing, all’innovazione strategica e alla creazione/gestione di unità e modelli di sviluppo commerciale. Una storia di <strong>formazione continua</strong> in azienda e di predisposizione all’esplorazione oltre la propria <em>comfort zon</em>e, in linea con la dottrina manageriale americana votata a processi responsabilizzanti di autodeterminazione individuale (<em>empowering</em>), oggi più che mai fondamentali per la gestione di ecosistemi di lavoro complessi e strutturati.</p>



<p><strong>Giuseppe, grazie per esserti messo a disposizione di <em>Reputation Review</em> e dei nostri lettori. Quali caratteristiche dovrebbe possedere oggi un manager globale per accedere al mercato del lavoro o per rafforzare la sua posizione esistente?</strong></p>



<p><em>You are welcome, </em>Nicola, è un piacere condividere con i vostri lettori alcune delle tematiche a me tanto care. Durante gli ultimi anni di maturazione aziendale sono infatti riuscito a cristallizzare una griglia contenutistica che uso spesso per aiutare i giovani e aspiranti leader a entrare in una cultura d’impresa come quella della società per cui lavoro.</p>



<p>Il primo punto è sicuramente capire che il <strong>raggiungimento di risultati concreti </strong>è la condizione minima che ci si aspetta di ottenere, soprattutto negli Stati Uniti dove il pragmatismo regna sovrano. Ogni azienda è basata sulla crescita, non solo economica. Ciò presuppone la fissazione di obiettivi, una costante in tutte le aree di produzione e sviluppo. Ed è inclusa nel discorso anche la sfera personale di ogni individuo.</p>



<p>Il secondo punto è possedere delle <strong>competenze di base, </strong>per alcuni nemmeno poi così scontate. Queste sono anzi fondamentali per una comprensione completa delle dinamiche aziendali anche intese globalmente. Le competenze di base sono quelle che permettono di:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Definire compiutamente una visione aziendale o progettuale.&nbsp;</li>



<li>Sviluppare strategie anche e soprattutto di lungo periodo.&nbsp;</li>



<li>Implementare programmi esecutivi &#8211; il diavolo è sempre nei dettagli.</li>



<li>Comunicare con efficacia ad ogni livello di interazione &#8211; sia orizzontale che verticale.</li>
</ul>



<p>L’ultimo punto include 3 componenti che, a mio avviso, definiscono le <strong>Qualità Caratteriali </strong>di ogni individuo e che sono parte integrante dell’essere leader:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>L’Intelligenza Emotiva</strong>, ovvero la capacità di creare relazioni, stabilire e consolidare fiducia reciproca e quindi anche di trasferire competenze e responsabilità. Noi italiani possediamo per natura una grande quantità di intelligenza emotiva e, nel mio caso personale, è stata sicuramente tra le qualità maggiormente apprezzate ed efficace.&nbsp;</li>



<li><strong>La Determinazione</strong>, ovvero la volontà di eccellere e rappresentare un asset vincente per sé stessi e per l’azienda, anche identificando nel tempo priorità e mantenendo un controllo propositivo. Questo permette all’individuo di rispondere a momenti di difficoltà o fallimento che, per inciso, non sono mai da considerarsi eventi negativi ma piuttosto delle opportunità di crescita esponenziale.&nbsp;</li>



<li><strong>Il Miglioramento Continuo</strong> &#8211; e qui entriamo nella dimensione che più mi entusiasma &#8211; forse anche perché è stata la componente principale del mio percorso aziendale e abbraccia tutte le caratteristiche fin qui proposte. Bisogna essere mossi da una curiosità di conoscenza che porti a evolversi mantenendo sempre affidabilità e credibilità.&nbsp; Ciò significa sviluppare un forte spirito di adattamento ai cambiamenti e assicurarsi un posizionamento competitivo e al passo con i tempi. Questa versatilità si raggiunge con l’esercizio e la disciplina ma anche tramite la volontà di mettersi in gioco e non prendersi troppo sul serio, spesso segnale di rigidità.&nbsp;</li>
</ol>



<p>Vorrei concludere dicendo che tutti questi suggerimenti e condizioni hanno un motore propulsivo principale che spesso identifichiamo nel nostro potenziale intellettivo, ma che, a mio avviso, è posizionato al centro della nostra gabbia toracica: il cuore. È incredibile, ma anche in un complesso ambito aziendale la semplicità di un gesto di aiuto rimane qualcosa di profondo che non passa inosservato. La costruzione di noi stessi e di tutto ciò che tocchiamo con il pensiero, con le parole e con i gesti sono infatti un boomerang reputazionale che paga sempre e ci riempie la vita.</p>
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